| Quale
etica nella discriminazione dell’approccio alla cura?
intervento
di Maria Grazia Campus
In Toscana dal 2005 le medicine complementari sono tra i livelli
essenziali di assistenza.
Altre regioni, poche, hanno adottato provvedimenti specifici in
materia.
Queste aperture hanno messo in evidenza la grande
disomogeneità dell’offerta
del servizio sanitario pubblico e della possibilità di accesso
su tutto il territorio.
Cosa ci manca perchè ci sia equità?
Accumulare conoscenze è l’unico modo che l’uomo
ha per continuare a crescere e per non vivere una vita esclusivamente
biologica.
E’ il fattore umano che fornisce identità a un’azienda,
a un ente. È la cultura che in essa circola che la caratterizza.
Non certo strumenti o macchinari sempre uguali a se stessi in ogni
luogo e in ogni condizione.
Questo può giustificare la disparità di
trattamento di cittadini? Cittadini con pari dignità
con pari diritto ad avere accesso al servizio sanitario.
Sappiamo che purtroppo è così. Condizioni
simili hanno generato esiti differenti.
Alcune aziende sanitarie hanno riconosciuto il
rimborso di cure “complementari”.
Altre lo hanno rifiutatato.
E’ quel fattore umano, quella cultura che circola nell’azienda
che determina l’esito differente.
E’ quella composizione monolitica di alcuni
comitati etici locali che non avanza, che non evolve, che non
integra, che determina
la differenza.
Abbiamo una quantità sterminata di informazioni.
Questi saperi vanno gestiti, ordinati e sistematizzati.
Maggiori conoscenze hanno consentito alla medicina
di essere sempre più dolce e sempre meno invasiva.
Un tempo la medicina proponeva interventi altamente
mutilanti. L’utilizzo della chirurgia
era la prassi per una serie di patologie che grazie alla profilassi
e alla diagnostica non è più necessaria.
Questo è un percorso inarrestabile.
Insieme alle nuove conoscenze tecnologiche, che
consentono di avere interventi sempre meno demolitivi e invasivi,
i medici riescono
ad approcciarsi ai pazienti e alle loro patologie in modo sempre
più adeguato e in condizioni che la persona vive sempre
più come cura e meno come punizione. Con attenzione alla
qualità della vita, in tutti i momenti della vita, dunque
anche durante la malattia.
Tutto ciò è dovuto senza dubbio all’avanzamento
dei saperi medici e molto all’integrazione tra saperi vecchi
e nuovi.
Se il sapere medico ha dei limiti, utilizzare tutto
il sapere a disposizione sposta i limiti un po’ più in là.
L’appropriatezza della cura rimane l’unico
discrimine che orienta il medico e il paziente
verso la condivisione di un percorso di cura piuttosto che un altro.
Quanti cesarei o forcipi in meno sono stati utilizzati
negli ultimi anni grazie alla diffusione dell’agopuntura?
Quanto cortisone in meno grazie all’omeopatia e alla fitoterapia?
E quanto ancora meglio potremmo curarci se avessimo un accesso
più diffuso e omogeneo
su tutto il territorio di tutte le Medicine Complementari?
Se è possibile evitare una medicina “invadente” (dal
momento che l’invasività non è sempre necessaria)
perché dovremmo rinunciare al grande apporto che le medicine
complementari hanno dato in questi anni alla sanità, pubblica
e privata, e soprattutto alla salute del cittadino?
Sappiamo che i costi delle Medicine Complementari
sono per lo più inferiori a quelli della medicina accademica. Se è possibile
risparmiare denaro per poterlo destinare a più appropriati
utilizzi perché non farlo?
I nuovi modelli di assistenza parlano di empowerment dei pazienti,
ai quali viene dunque riconosciuta una competenza.
I pazienti che sono orientati verso un utilizzo delle medicine
complementari generalmente hanno un grado maggiore di empowerment,
sono consapevoli delle loro scelte.
Ciononostante vengono ritenuti da certa stampa e certi luminari,
invasati da scientismo positivista, creduloni sprovveduti.
Questo atteggiamento, oscurantista e nient’affatto scientifico,
oltre che offendere profondamente le persone, limita la capacità umana
di avvalersi di conoscenze diverse tra loro tutte a servizio del
bene comune e individuale.
La Regione Toscana si è distinta negli ultimi anni per
lungimiranza. Si è dotata di leggi e strutture, tali da
consentire un’evoluzione della medicina da un punto di vista
culturale prima ancora che scientifico.
Tutto ciò ha fatto sì che culturalmente attecchisse,
sia tra i medici che tra i pazienti, il concetto di “integrazione”,
che aumenta gli strumenti di cura, piuttosto che quello pericolosissimo
di “alternativa” , che tragicamente li dimezza.
Non lasciamo ora che la mancanza di coordinamento, tra i comitati
etici delle aziende sanitarie o tra enti come le Regioni, tracci
un solco tra i cittadini che possono e quelli che non possono.
Se il processo culturale in materia di salute potrà evolvere
sarà necessario che tutti gli organi chiamati a esprimere
parere abbiano una composizione eterogenea.
E’ chiaramente necessaria la presenza di medici di medicina
generale, medici specialisti, ma non si possono escludere i medici
esperti di medicine complementari e nemmeno filosofi, giuristi,
biologi, ecc.
Sarà necessario che si crei un coordinamento e un orientamento.
Il nostro territorio non è poi così grande: le disparità saltano
agli occhi.
Sarà necesario ritenere il cittadino non oggetto di giudizio
ma soggetto di diritto e in quanto tale non può vedersi
trattato meglio o peggio a seconda della geografia o, peggio ancora,
della tempra che ha nel rivendicare un diritto.
I
pazienti delle CAM.
Diversi diritti nei diversi Paesi
intervento dell'APO Italia - Associazione Pazienti Omeopatici |