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LA
MEDICINA è UNA, QUELLA CHE GUARISCE"
Lettera
aperta della delegata A.P.O. delle Marche, 31 maggio 2007
Questo scritto nasce dal bisogno di rispondere all’articolo,
a firma della Presidente della FIAMO, dal titolo: “Competenza
ed onestà – principi guida per l’operato dell’omeopata”(1).
E’ una necessità che scaturisce da un’osservazione,
e cioè: in quanto paziente di questa stupenda “arte
del guarire” ho notato che, proprio in quel mondo dove “la
similitudine” dovrebbe essere alla base della visione della
vita e dove tra medici dovrebbe esserci un senso di “similarità”,
un “confronto” su cui ampliare le conoscenze, c’è,
invece, uno “scontro” in “nome della cosiddetta
Omeopatia”: ognuno “ha la sua”, si denigra ora
questo ora quel metodo, non pensando al paziente ma solo all’affermazione
delle proprie personali idee.
Ho deciso di scrivere questa lettera in quanto, come delegata dell’A.P.O.
– Associazione Pazienti Omeopatici della Regione Marche -
sento vivo il bisogno di tutelare i pazienti.
La mia storia è simile a quella di tanti altri pazienti che
hanno deciso di curarsi con la M.O.; non solo perché sfiduciati
dai risultati ottenuti con la Medicina tradizionale, ma soprattutto
perché hanno riscontrato nel metodo di cura omeopatico il
vero “prendersi cura” della persona.
Da delegata dell’A.P.O., in tutti questi anni, ho organizzato
convegni, conferenze, tavole rotonde, seminari, sempre per promuovere
la diffusione della conoscenza della M.O.; ed ho notato che nel
mondo medico omeopatico, in nome dell’Omeopatia, ognuno cerca
di “far valere” solo la “propria metodologia”,
piuttosto che apportare integrazioni per il bene comune - per bene
intendo anche ciò che Hahnemann dice nel paragrafo 3 dell’
Organon.
Finché il mondo medico omeopatico non farà su di sé
un’anamnesi della propria patologia, che in termini miasmatici
(tanto per rifarsi al linguaggio omeopatico) definirei sicotico-sifilitica,
non ci sarà, secondo me, quella verità su cui basare
la lotta per il riconoscimento della “nostra Medicina”da
parte delle Istituzioni.
Non ci sono le OMEOPATIE come, erroneamente, le ha chiamate il prof.
Aiuti “nell’incredibile” trasmissione di Piero
Angela; ma per “assurdo” e per “assurda ironia”
il mondo medico omeopatico le sta definendo proprio così.
La ragione fondamentale che mi porta a fare alcune riflessioni è
che “tutta questa vostra diversità” non dà
molta sicurezza; anzi, devo dire che il paziente inizia ad avere
sfiducia anche nel proprio medico omeopatico perché, quando
sta male e si rivolge a lui, a volte si sente addirittura “rimproverare”
di non essere un “bravo paziente”; infatti, se il risultato
non viene o magari tarda a venire, non è mai a causa del
rimedio non adatto al caso (il collega può sbagliare ma lui
no), ma del paziente stesso!
Recentemente ho letto la presentazione, della dr.ssa Simonetta Bernardini,
al libro di Toby Murcott * “La Salute prima di tutto”
e, devo dire, che alcuni passaggi li ho trovati importantissimi,
in quanto spiegano perfettamente i motivi delle difficoltà
che noi, “popolo dei granuli”, incontriamo nel nostro
percorso alla “ricerca” della guarigione, quando siamo
“ammalati”.
Partendo dalla frase, ripresa dalla presentazione della Bernardini,
“le medicine complementari si fondano su un paradigma differente
da quello della medicina classica e i due paradigmi sono, tra loro,
incommensurabili”, trovo che è proprio questa la difficoltà
maggiore che il paziente “incontra” quando si “fida”
unicamente della M.O. Il medico omeopatico (di solito l’unicista)
non ammette, in alcun modo, che ci possa essere un confronto con
la Medicina accademica, né una integrazione; io penso, invece,
che proprio per questa diversità fondamentale, il medico
“formato” sul principio hahnemanniano potrebbe, avvalendosi
di un mezzo in più, integrarsi con l’altra Medicina.
Integrarsi, non vuol dire snaturare la Medicina omeopatica, ma servirsi
di tutti gli strumenti a disposizione per il bene del paziente.
La medica classica si basa su un modello meccanicistico ed i farmaci
che questa Medicina utilizza mirano alla risoluzione del “caso
clinico” contrastando la “malattia”; la M.O.,
invece, fonda il suo principio su un paradigma del tutto differente:
colloca il potenziale di azione del rimedio omeopatico sulla sollecitazione
dell’organismo, così da operare l’auto-guarigione;
da qui la sostanziale differenza tra le due: l’una “anti,
l’altra omeo”.
Una dichiarazione esplicativa di questa osservazione la si può
trovare in un documento del prof. Paolo Bellavite ** dal titolo:
“Le patologie curabili in omeopatia e la medicina integrata”,
inserito sul sito della SIOMI http://www.siomi.it/apps/documenti.php?id=226
/.
Riporto un passaggio del testo, molto significativo: “……Tutto
ciò, non al fine di curare insieme con allopatia e omeopatia,
ma per ragionare nel vero interesse del paziente se fare una terapia
omeopatica o allopatica, in quale caso e per quanto tempo. Non escluderei,
comunque, che qualche volta e sotto opportune condizioni di verifica
e monitoraggio, si possano associare o alternare le due terapie.
…. La medicina (qualsiasi medicina) è scienza ed è
arte, entrambe le componenti sono co-essenziali”.
Infatti, capita spesso che noi pazienti ci sentiamo sballottati
tra i vari orientamenti, ciascuno dei quali afferma di “possedere”
la verità assoluta: si tratti della Medicina accademica oppure
di quella omeopatica; ma lo “scontro” esiste anche tra
gli “esperti” di quest’ultima. L’ostacolo
più grande a cui va incontro il paziente omeopatico, quindi,
non è solo il capire se fa bene a scegliere di “continuare”
a curarsi con questa Medicina, ma se è “giusto”
o meno integrare le due discipline, ai fini della “guarigione”.
Voglio riportare un ulteriore passaggio tratto sempre dalla presentazione
della Bernardini: “Non v’è dubbio, i due paradigmi
non sono paragonabili. Se a questa differenza portante non si trova
rimedio, i medici cultori della medicina classica e i medici esperti
nelle medicine complementari sono condannati a parlare due lingue
diverse e i medici che praticano insieme la medicina classica e
quella complementare, ovvero tutti i medici che praticano la medicina
integrata, “devono prepararsi ad essere bilingue” come
ha di recente scritto il Prof. Andrea Dei*** in un articolo, pubblicato
on line, per la rivista italiana di medicina omeopatica, “Omeopatia33”.
Con ciò voglio sottolineare, anche se da “semplice
paziente”, che “competenza ed onestà” del
medico richiederebbe un dialogo tra i cultori della Medicina omeopatica
e quelli della Medicina accademica, in modo da intraprendere un
cammino in cui il malato non si senta più né “in
colpa”, quando continua a star male, né, tanto meno,
“ da solo”. Dico questo, in riferimento al fatto che
se il rimedio, per un errore di prescrizione, o forse per mancanza
di forza vitale da parte del paziente, non è stato capace
di risolvere il caso, l’omeopata (spesso l’unicista)
non imputi la responsabilità di ciò al paziente, lasciandolo
“solo” nella malattia, scaricandolo e lasciandolo in
balia di se stesso alla mercè del primo medico allopatico
che è costretto, data l’urgenza, a consultare - e questo
posso assicurarlo sia per esperienza diretta sia per quanto riferitomi
da molti pazienti.
Mi rendo conto, per essere da tantissimi anni una paziente omeopatica,
che saper individuare il rimedio perfettamente corrispondente ad
ogni malato, di primo acchito, è molto, ma molto difficile;
per cui il paziente, scoraggiato dai numerosi tentativi, sovente
dopo un po’ di tempo abbandona questo metodo di cura. Ma anche
se ciò dovesse avvenire, nel senso che il medico individua
il rimedio adatto, è ben noto a tutti che spesso si verifica
nel soggetto un ritorno di sintomi - un aggravamento iniziale –
segno questo positivo ai fini della guarigione ma, talvolta, così
forte da scoraggiare il paziente il quale, spesso, abbandona la
cura perché incapace di sopportare il dolore. A questo punto
l’omeopata, che prima di tutto è un medico laureato
in Medicina e Chirurgia, dovrebbe essere in grado di prendersi,
con umiltà, la responsabilità del malato e, se necessario,
prescrivere lui stesso il farmaco allopatico per la sopravvivenza
del suo paziente, onde evitare che questi, non tollerando le forti
sofferenze iniziali, abbandoni la cura. Ed è ancor meno tollerabile,
magari dopo un lungo iter di cura nella speranza di poter guarire
il suo paziente, che il medico, resosi conto che non solo la guarigione
non arriva ma le sue condizioni peggiorano, lo scarichi, lasciandolo
in balia di se stesso; con il rischio che quest’ultimo capiti
nelle mani di un medico allopatico il quale, tra l’altro,
vedendolo per la prima volta, e non conoscendo nè la sua
storia clinica nè la sua reazione ai farmaci allopatici,
gli prescriverà la dose che a suo parere è giusta,
ma per un soggetto abituato ad assumerli. La reazione del paziente,
invece, sarà certamente fortissima trovando, questi ultimi,
un organismo per niente intossicato da farmaci.
Il medico omeopatico ben conosce sia i rischi della “soppressione
omeopatica” sia quelli del “farmaco allopatico”;
per questo, chi meglio di lui potrebbe prescrivere in caso di necessità
il medicinale allopatico, “dosandolo” con coscienza,
visto che conosce perfettamente le due discipline, quella classica
e quella omeopatica? Ciò non vuol dire tradire l’Omeopatia,
anche perché i due metodi agiscono su livelli diversi; ma
solo permettere alla seconda di agire in profondità, facendo
superare al paziente, con la prima, i fastidi iniziali.
Ecco cosa si intende per complementare ed integrata!
Cosi facendo c’è la possibilità, per il paziente
che crede nella M.O., di recuperare la sua salute. In tal modo egli
potrà camminare, insieme al SUO medico omeopatico, verso
la guarigione.
Mi domando, quante volte abbiamo dovuto fare da soli! e quel “famoso”
prendersi cura, che per voi è alla “base” della
Medicina, si è trasformato per noi in “una grande difficoltà,
perché ogni omeopata ha il suo metodo”.
A nome dei pazienti che rappresento, chiedo al mondo medico omeopatico
se non sia giunta l’ora di affrontare seriamente l’opportunità
di “condividere” con le differenti discipline “la
similitudine”, trasformandola in una opportunità di
cui il paziente potrebbe avvantaggiarsi “sempre”, onde
evitare che, se abbandonato nel momento di maggior bisogno, “lasci”
l’Omeopatia.
Attuando ciò, oltre ad avere la possibilità di affermare
“tutti insieme” che la Medicina è UNA, cioè
“quella che guarisce”, anche le Istituzioni sarebbero
più aperte ad un riconoscimento e la cosiddetta “Medicina
integrata” non sarebbe un termine da escludere a priori; al
contrario, il collante necessario per arrivare alla VERA CURA da
parte delle MEDICINA TUTTA.
Per concludere è auspicabile, ed i tempi sembrano abbastanza
maturi, che sia introdotto nelle Università italiane un insegnamento
regolare di Medicina omeopatica, in modo che lo studente possa assimilare,
fin dal primo anno di corso, il paradigma di questa Medicina per
comprenderne fino in fondo la validità.
Daniela Salvucci
Delegata A.P.O. delle Marche
Associazione Pazienti Omeopatici
http:// www.apoitalia.it
e-mail: marche@apoitalia.it
(1) Tale articolo, pubblicato sul n. 34 de “Il medico omeopata”,
rappresenta la risposta della dr.ssa Antonella Ronchi alla lettera
inviata dalla dr.ssa Simonetta Bernardini alla Presidente dell’A.P.O.
Italia – Associazione Pazienti Omeopatici - http://www.apoitalia.it/070107.htm
”malpractice” dell’omeopatia.
* Tiby Murcot
Formatosi alla Bristol University come ricercatore in biochimica,
dopo anni trascorsi come corrispondente scientifico per la BBC è
oggi il direttore dell’Einstein TV, canale digitale dedicato
alla scienza. Scrive regolarmente di medicina alternativa su The
Times
** Paolo Bellavite
Professore associato di patologia generale, Università di
Verona membro della European Society of Clinical Investigation,
dell'International Study group on Very Low Dose Effects, dell'Associazione
Medicina e Persona e della Società Italiana di Omeopatia
e Medicina Integrata. Con altri colleghi,
ha fondato la Associazione "Giovanni Scolaro" per la Medicina
Integrata e l'Osservatorio per le Medicine Complementari
*** Andrea Dei
Professore di Chimica Generale Università di Firenze
Nell'anno accademico 1991—1992 ha svolto attività di
ricerca e di insegnamento presso l'Università della California
a San Diego (UCSD), E' autore di alcuni libri di testo universitari
e divulgativi e di circa cento pubblicazioni in lingua inglese su
riviste internazionali di altissimo prestigio.
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