INTERVENTI
E REPLICHE
L'omeopatìa
e i progetti della sanità
La prospettiva
che venga applicata in Italia la direttiva europea sull'omeopatia
prevista dal 2008 è l'occasione perché il
Gruppo 2003 prenda una posizione nell'interesse degli
ammalati. Il punto di vista del Gruppo 2003, fra l'altro,
può essere utile a chi dovrà regolamentare
questa attività per legge.
L'omeopatia
nasce in Germania alla metà del 700. Samuel Hahnemann
si era fatto l'idea che una sostanza che produce certi
sintomi può essere usata per malattie che danno
gli stessi sintomi (similia similibus curentur), in piccolissime
quantità. E allora veniva diluito un numero
enorme di volte. E' lo stesso che mettere una goccia in
un contenitore di acqua grande 50 volte più della
terra. La possibilità di trovare una molecola del
principio originale è pressoché nulla. E
lo sanno anche i sostenitori dell'omeopatia. Ma —
dicono — c'è lo scuotimento che trasferisce
le proprietà della sostanza al solvente, tanto
che persino Nature, uno dei grandi giornali di scienza,
nel 1988, ha pubblicato un lavoro sulla memoria dell'acqua.
E' vero, era di ricercatori francesi, ma s'è visto
subito che era un artefatto. C'è stata una smentita
ufficiale.
Per
l'omeopatia come per la maggior parte delle pratiche mediche
non convenzionali non ci sono prove scientifiche di efficacia.
Nel Lancet di pochi mesi fa, Matthias Egger e i suoi collaboratori
dell'Università di Berna hanno preso in esame 110
lavori in cui si confrontano omeopatia e placebo e li
hanno paragonati a 110 lavori in cui si compara medicina
convenzionale e placebo. Cosa hanno scoperto? Che
negli studi su piccoli numeri di pazienti e fatti male,
l'effetto della «cura» è sempre superiore
a quello del placebo (ha l'aspetto del farmaco, ma
non contiene il principio attivo). Ma se si limita l'analisi
a studi con numeri di pazienti abbastanza grandi e fatti
bene, non c'è evidenza che l'omeopatia sia meglio
del placebo. Non è così per la medicina
convenzionale: l'effetto favorevole quando c'è,
si vede.
Se
l'omeopatia non cura, come è ormai accertato, non
è medicina. Quindi non può essere regolamentata
nell'ambito dei progetti della sanità. Deve essere
regolamentata come si fa per le attività commerciali.
(E sarà un bel problema perché se si fa
pagare per qualcosa che — data la diluizione estrema
— non contiene alcuna molecola di principio attivo,
questo apre teoricamente la possibilità che chiunque
possa vendere qualcosa anche se non contiene nulla). Chi
vende prodotti omeopatici o chi pratica l'omeopatia chiede
che si faccia più ricerca sull'omeopatia e prende
ad esempio quello che si sta facendo in altri Paesi. D'accordo,
ma se si vuole sperimentare sull'uomo un farmaco servono,
come minimo 1) dati di laboratorio che suggeriscano un
meccanismo d'azione plausibile. 2) Dati sull'animale che
indichino che funziona. 3) Studi sul volontario sano che
dimostrino che non fa male.
Nessuno dei
rimedi omeopatici che oggi vengono utilizzati in Italia
e nel mondo risponde a nessuno di questi requisiti. Quindi
non si può nemmeno sperimentare, per lo meno fino
a quando non ci saranno requisiti per farlo. Va da sé,
che quello che si chiede a chi vuole sperimentare rimedi
omeopatici non può essere diverso dai requisiti
che sono necessari per sperimentare e mettere in commercio
dei farmaci.
Giuseppe
Remuzzi
Pier Mannuccio Mannucci
Silvio Garattini
(a nome
del Gruppo 2003 per la Ricerca Scientifica) www.gruppo2003.org
L'Associazione Pazienti Omeopatici - APO replica
alla lettera di Remuzzi, Mannucci e Garattini, pubblicata
sul Corriere della Sera l' 11.02.06
L'ennesimo
intervento contro la Medicina Omeopatica, a firma di un
sedicente "Gruppo 2003", intervento del quale
non si sa se sottolineare più la superficiale ignoranza
o più l'arroganza, non può restare senza
risposta da parte di un'associazione che dà voce
a ben undici milioni di italiani, ossia il quinto della
popolazione che si curerebbe con un mero "placebo"
e che, guarda caso, con esso ha riacquistato non una momentanea
guarigione, ma uno stabile equilibrio e benessere psico-fisico,
ossia la vera salute.
Evidentemente gli estensori dello scritto si sentono superiori
a tutti gli organismi scientifici degli altri paesi europei
sul cui responso questa Medicina, che si vorrebbe relegare
a livelli di unguenti da ciarlatani di piazza, viene riconosciuta
ed inserita nei protocolli del Servizio Sanitario Nazionale.
L'Associazione Pazienti Omeopatici non può non
respingere con fermezza l'ipocrita disponibilità
ad una verifica scientifica dei rimedi omeopatici che
si vorrebbe praticare col metro di valutazione di una
Medicina basata su criteri e principi del tutto opposti,
e quindi con un procedimento scorretto.
Se da parte dell'autorità statuale, investita della
tutela della salute, si vuole veramente verificare la
validità del metodo omeopatico per conciliare il
principio irrinunciabile della libertà di cura
con la protezione dei pazienti contro i rischi di improvvisati
guaritori, occorre anzitutto stimolare la ricerca nel
campo omeopatico mettendo a disposizione i fondi necessari
così come avviene in tutti gli Stati europei.
E poi, soprattutto, ascoltare i cultori della materia,
finora volutamente ignorati ed assenti da tutti gli organismi
scientifici deputati alla protezione della salute, acquisendo
i dati, peraltro ampiamente pubblicizzati sulle riviste
di settore, circa i risultati di una sperimentazione che
non può pretendersi essere fatta se non con un
proprio metodo conforme e coerente alla specialità
di una Medicina diversa da quella che si arroga un marchio
di ufficialità.
Se non c'è, come finora non vi è mai stato,
questo atteggiamento che è espressione dell'umiltà
dei veri Scienziati, vuol dire che non si cerca la verità,
ma si vuole preconfezionare un risultato negativo.
E questa non è Scienza, ma solo partigianeria dietro
la quale ci sono ben noti e cospicui interessi!
Vega Palombi Martorano, Presidente Associazione Pazienti
Omeopatici - APO
membro costituente del Comitato Permanente di Consenso
e di Coordinamento per le Medicine Non Convenzionali in
Italia
www.fondazionericci.it/comitato
Fax 081 40 57 96
http:// www.apoitalia.it
e-mail: info@apoitalia.it